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IN UN MONDO DI RELAZIONI


“Vogliamo essere amati, in mancanza di ciò, ammirati.

In mancanza di ciò, temuti.

 In mancanza di ciò, odiati e disprezzati.

 Vogliamo suscitare negli altri qualche sorta di emozione.

L’anima trema davanti al vuoto e ha bisogno di un contatto ad ogni costo”

 

“Hjalmar Soederber”

 

 

 

La citazione di questo scrittore svedese mi è particolarmente cara in quanto mette in risalto l’importanza che le relazioni rivestono lungo il nostro percorso di vita, come disse John Bowlby, “dalla culla alla tomba”. Non importa la qualità e la natura di queste relazioni ma l’altro è importante così come lo è il cibo per la sopravvivenza.

Diversi studiosi concordono nel ritenere l’appartenenza ad una rete sociale come bisogno psicologico fondamentale (Erikson, 1950, Fiske, 2002, Maslow 1970). Gli essere umani sono quindi “animali sociali” (Goleman, 2006).

La maggior parte delle persone vivono in una matrice di relazioni. Nelle relazioni le persone trovano fonti di conforto, legame e felicità ma anche obblighi, responsabilità e frizioni.

La capacità di funzionare in diversi tipi di relazioni è strettamente connessa al modo in cui la persona percepisce se stessa in termini di valore e amabilità.

L’idea che abbiamo di noi stessi quindi influenza il livello di intimità nelle relazioni e le modalità con i quali portiamo avanti i nostri rapporti interpersonali.

Inoltre dobbiamo considerare che la nostra identità nasce e si sviluppa all’interno di un contesto ben preciso quindi nella famiglia ed in particolar modo nella relazione genitore-figlio.

La prima forma di relazione influenzerà, anche se non in maniera esclusiva, il modo in cui ci rapporteremo con gli altri specie nelle prime fasi di sviluppo in quanto essa determina la fiducia che rivestiamo in noi stessi e nell’altro, l’attenzione che riusciamo a rivolgere all’altro, la capacità di investire in un rapporto dove l’altro indubbiamente funge da specchio rispetto all’”apprezzabilità” della nostra persona.

Nella pratica clinica quest’ultimo risulta essere un problema molto ricorrente in quanto molte persone utilizzano le loro relazioni come parametro esclusivo per dar valore a sé stessi. L’altro diventa l’unità di misura mediante la quale giudichiamo noi stessi e siamo costantemente orientati a corrispondere alle attese dell’altro per compiacere e sentirci desiderati e “amabili”. Spesso la persona preferisce isolarsi pur di non far i conti con il senso di inadeguatezza ed incapacità che l’altro suscita.

Qualunque siano le modalità relazionali che caratterizzano il nostro “essere nel mondo”, esse sono determinate da modi disfunzionali di percepire noi stessi e quello che ci accade lungo il flusso dell’esperienza che scorre.

 

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