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Il segreto professionale nel Codice Deontologico e nella normativa penale

a cura di Luca Lentini Avvocato Cassazionista del Foro di Roma

 

Non è compito del giurista commentare la basilare importanza tecnico-scientifica del principio del segreto professionale nell’ambito del rapporto tra lo Psicologo ed il paziente/utente/cliente.

A render necessario l’intervento di un legale è, piuttosto, il complicato intreccio tra le norme deontologiche sul segreto, elaborate “in casa” dalla categoria professionale e di per sé stesse già foriere di diversi dubbi interpretativi (artt.11-16 del Codice Deontologico degli Psicologi italiani), e le norme, invece “eterodeterminate”, provenienti dalla legislazione statale in materia penale (artt.200 c.p.p., 256 c.p.p. e 622 c.p. sul segreto professionale per gli esercenti professioni sanitarie; art.362 c.p.p. sull’assunzione di informazioni da parte del P.M.; art.334 c.p.p. e art.365 c.p. sull’obbligo di referto; artt.331 e 332 c.p.p. sull’obbligo di denuncia in capo ai pubblici ufficiali ed agli incaricati di pubblico servizio) ed in materia di privacy (D.Lgs. n.196/2003 e norme correlate, tra cui il Regolamento sulla privacy predisposto dall’Ordine degli Psicologi del Lazio consultabile sul web).

Posto che la fonte normativa di rango statale prevale necessariamente su quella ordinistica, non è possibile affrontare l’argomento dei profili giuridici del segreto professionale limitando l’esame alle sole regole deontologiche.

Queste ultime possono tuttavia, nel loro ordine numerico e nel loro contenuto sostanziale, tracciare il percorso da seguire in questa sede seminariale per tentare di sciogliere i principali nodi interpretativi.

L’art.11 del Codice Deontologico – d’ora innanzi C.D. – stabilisce solennemente il principio del segreto professionale. Tanto solennemente, che fino all’ultima virgola sembrerebbe una disposizione di facile lettura e di univoca interpretazione: “Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, …”.

Al contrario, trattasi di una disposizione che subisce diverse deroghe (come annuncia l’ultimo periodo dello stesso art.11: “…a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti”).

Quali sono queste ipotesi di deroga?

Deroga per consenso.
La prima è prevista dall’art.12, comma 2 del C.D., ai sensi del quale “Lo psicologo può derogare all’obbligo di mantenere il segreto professionale, anche in caso di testimonianza, esclusivamente in presenza di valido e dimostrabile consenso del destinatario della sua prestazione. Valuta, comunque, l’opportunità di fare uso di tale consenso, considerando preminente la tutela psicologica dello stesso”.

In altri termini il consenso – consapevole/informato affinché sia “valido” e scritto affinché sia “dimostrabile” -, del paziente/utente/cliente, esime il professionista dall’obbligo del segreto.

Fin qui pare un criterio di facile interpretazione, ma l’ultimo capoverso dell’art.12 ne complica l’attuazione: il professionista, anche qualora disponga dell’autorizzazione a non tenere segreti, deve comunque svolgere una previa operazione di valutazione circa la “opportunità” di farne uso, “…considerando preminente la tutela psicologica…” dell’interessato.

Dunque il consenso alla deroga non costituisce una piena liberatoria, perché lo Psicologo potrebbe essere chiamato dall’Ordine di appartenenza a rispondere di illecito deontologico laddove ne faccia un uso non rispettoso della tutela psicologica del paziente/utente/cliente.

Circa la “opportunità” de quo in rapporto alla tutela psicologica dell’interessato, da un lato il singolo professionista deve operare una scelta discrezionale rischiosa, dall’altro il giurista deve fermarsi e rimettersi, caso per caso, alla valutazione tecnico-scientifica della categoria professionale nell’eventuale sede disciplinare.

Deroga in caso di obbligo di referto o di denuncia.
Un’ulteriore deroga all’obbligo del segreto la si rinviene nell’art.13, comma 1 del C.D. “Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia…”. In questi casi, che ora analizzeremo nella loro veste codicistica penale, “…lo psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto”.

Qui i profili problematici sono due: – 1) capire, per lo Psicologo profano in materia di diritto penale, quando si ha l’obbligo di referto o l’obbligo di denuncia; – 2) rinvenire il limite dello “stretto necessario”, anche in questi casi, sempre per tutelare la sfera psicologica del paziente/utente/cliente.

Tralasciando in questa sede il secondo profilo, che ritengo riservato alla sfera tecnico-scientifica dello Psicologo, occorre invece soffermarsi sugli obblighi di referto e di denuncia.

Il referto è uno strumento voluto dal Legislatore al fine di agevolare l’azione penale, ricavando dai soggetti esercenti una professione sanitaria delle segnalazioni qualora gli stessi si siano trovati ad “operare in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d’ufficio” (art.365, comma 1 c.p.). La denuncia ha la stessa ratio sostanziale, ma riguarda i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio.

Le modalità di refertazione (termine, contenuto, ecc.) sono dettate in modo chiaro ed esaustivo dall’art.334 c.p.p., che è qui riportato in calce ed al quale si rinvia.

Problemi interpretativi sorgono invece dalla definizione che il Legislatore fornisce dei soggetti tenuti a refertare, che sono solo gli esercenti professioni sanitarie.

Gli Psicologi rientrano o meno in questa categoria, visto che non sono menzionati dall’art.99 del T.U. delle Leggi Sanitarie risalente al 1934 che elenca le professioni sanitarie, oppure può ricavarsi da altre disposizioni – come quelle sull’impiego nel S.S.N. o sull’applicazione dell’I.V.A. – che la professione di Psicologo ha certamente carattere sanitario?

Sul punto la dottrina non è univoca.

Alcuni ritengono che solo lo svolgimento di attività psicoterapeutica configuri l’esercizio di una professione sanitaria (E. Calvi., G. Gulotta e coll., Il codice deontologico degli psicologi, Milano 1999, pag.104).

Altri sollevano il dubbio pure con riferimento allo Psicoterapeuta ed allo Psicologo Clinico (M. Colombari, F. Frati, F.P. Colliva e F. Gualandi, L’obbligo di denuncia nella legislazione e nel Codice Deontologico degli psicologi italiani, in Bollettino Ordine Emilia-Romagna; Frati F., Il segreto professionale…, 2005, dal sito web www.cespes.re.it).

V’é, invece chi afferma, senza adombrare dubbi in proposito, che la professione di Psicologo rientra certamente tra quelle sanitarie (L. Mortati, Obbligo di referto, considerazioni medico-legali, dal sito web www.eurom.it; A. Cucino, La disciplina del segreto professionale per gli psicologi, in Notiziario Ord. Psicol. Lazio, 1-2, 2005, pag.46 e 49; A. De Sensi Frontera, Lo psicologo e il segreto professionale, Lamezia Terme, 2004, pag.20).

Personalmente, ritengo che quest’ultima sia la tesi più corretta. A sostegno della stessa soccorrono, infatti, diversi elementi sintomatici, sia sotto il profilo normativo che sotto il profilo tecnico-scientifico.

Quanto all’aspetto normativo, non si può attribuire peso determinante al T.U. delle Leggi Sanitarie – che come si è detto non elenca gli Psicologi tra gli esercenti professioni sanitarie -, perché trattasi di un testo risalente agli anni trenta e pertanto redatto in un periodo storico in cui la figura professionale dello psicologo non possedeva una specifica identità giuridica (basti pensare l’Ordine degli Psicologi è stato istituito nel 1989).

In ogni caso detto T.U. è stato ampiamente superato dal sopravvenuto coacervo normativo e giurisprudenziale che include lo Psicologo nel novero dei professionisti sanitari (v., ad esempio: – le disposizioni di legge sul rapporto di lavoro alle dipendenze del S.S.N. ed i contratti collettivi dell’Area dirigenziale del S.S.N., che collocano gli Psicologi nel ruolo sanitario per i fini istituzionali di tutela della salute pubblica ex art.32 della Costituzione; – l’elenco delle attività, anche sanitarie, riservate alla professione di Psicologo contenuto nell’art.1 della legge istitutiva dell’Ordine; – le disposizioni tributarie sulle prestazioni esenti dall’I.V.A.; – la recente sottoposizione dell’Ordine alla vigilanza del Ministero della Salute, piuttosto che della Giustizia com’era in origine; – la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione citata da A. Cucino in Notiziario Ord. Psicol. Lazio, 1-2, 2005, pag.49, cit.).

Ma al di là delle norme sul tema, occorre dare il giusto peso anche ai connotati tecnico-scientifici della materia psicologia, che non competono certo all’interprete giurista ma che indubitabilmente riguardano la sfera della salute.

Questa chiave di lettura semplifica assai l’interpretazione delle disposizioni penali sul tema del segreto professionale.

La semplifica, come si è visto, con riferimento all’obbligo di referto, che deve ritenersi incombere sullo Psicologo al pari del Medico.

La semplifica, altresì, con riferimento all’obbligo deontologico di astensione dal rendere testimonianze sui fatti appresi in ragione del rapporto professionale (art.12, comma 1 del C.D.) e sulla connessa disposizione di cui all’art.200, comma 1, lettera c) del c.p.p., che include gli esercenti una professione sanitaria nel novero di coloro che “Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria”.

Tornando all’obbligo di referto, l’art.365, comma 2 c.p. esclude la punibilità dell’omissione di referto quando lo stesso “…esporrebbe la persona assistita a procedimento penale”. Ciò significa che laddove la refertazione sottoporrebbe l’assistito al pericolo di essere processato penalmente, l’omissione di referto da parte del professionista non costituisce reato.

Per concludere sul tema del referto, è d’obbligo constatare che per lo Psicologo non è certo facile desumere se ai fini della sussistenza del relativo obbligo egli sia venuto a conoscenza di una fattispecie di rilievo penale perseguibile d’ufficio. Così come non gli è facile desumere se il suo referto esporrebbe l’interessato ad un procedimento penale.

Ciò richiede, infatti, conoscenze giuridiche specialistiche che non fanno parte del bagaglio formativo dello Psicologo.

Per questo il codice penale (art.365, comma 1) non pretende che il professionista assuma una decisione assolutamente corretta in termini legali, dovendosi egli limitare, per la sussistenza dell’obbligo di referto, ad una valutazione sulla mera possibilità che la fattispecie presenti i caratteri del delitto perseguibile d’ufficio, il che si riduce ad una valutazione piuttosto soggettiva sulla gravità del fatto. Parimenti, nella valutazione circa la possibilità di non refertare il professionista dovrà decidere secondo le sue limitate conoscenze giuridiche se la segnalazione metta o meno a rischio la fedina penale dell’assistito (art.365, comma 2 c.p.).

Veniamo ora all’obbligo di denuncia di cui all’art.13, comma 1 del C.D.

Se, come si è visto, l’obbligo di referto riguarda tutti i professionisti sanitari, tra cui deve annoverarsi lo Psicologo libero professionista, l’obbligo di denuncia di cui agli artt.331 e 332 c.p.p. incombe solo sui pubblici ufficiali e sugli incaricati di pubblico servizio (per le relative modalità si rinvia a detti articoli, qui riportati in calce).

Ma quando uno Psicologo deve identificarsi in una di queste due specie e quindi provvedere alla denuncia?

La casistica può aiutarci a rispondere:

- 1) nell’esercizio della professione alle dipendenze di una pubblica Amministrazione (ad esempio un’Azienda del S.S.N. o un Ministero) o a convenzione con una pubblica Amministrazione con poteri di certificazione (Cass. Pen. Sez.VI sent. n.35836 del 22-2-2007), lo Psicologo è considerato un pubblico ufficiale;

- 2) nell’esercizio della professione su incarico temporaneo da parte di una Pubblica amministrazione (ad esempio una Scuola pubblica) senza poteri di certificazione, lo Psicologo è considerato incaricato di pubblico servizio;

- 3) nell’esercizio della libera professione (anche se in regime di intramoenia nell’ambito di un rapporto di lavoro col S.S.N., cfr. Cass. Pen. Sez. VI sent. n.1128 del 6-2-1997 e n.2969 del 6-10-2004), lo Psicologo non è considerato né pubblico ufficiale né incaricato di pubblico servizio.

Dunque, solo nei primi due casi gli Psicologi saranno tenuti ad ottemperare all’obbligo di denuncia qualora “…nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio, hanno notizia di reato perseguibile di ufficio… anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito” (art.331 c.p.p.).

Deroga per “giusta causa”.
A parte gli obblighi di referto e di denuncia, l’art.12, comma 2 del C.D. prevede un’ennesima ipotesi di deroga al principio del segreto professionale: “Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”.

Qui entriamo nell’ambito più critico, di difficile interpretazione, che alcuni definiscono della “giusta causa” derogatoria della riservatezza.

Da un lato, la norma vuole che il professionista rinvenga una “necessità di derogare”, ovvero non una mera ragione di opportunità bensì una vera e propria esigenza che superi il diritto del paziente/utente/cliente al mantenimento del segreto professionale tutelato sia dal C.D. che dal codice penale (art.622). Dall’altro, però, la stessa norma ritiene sufficiente che “si prospettino gravi pericoli” in merito all’incolumità di qualcuno.

In altri termini, se da una parte occorre una necessità stringente, dall’altra questa necessità può anche rinvenirsi in una mera prospettazione di gravi pericoli, ovvero in una ipotesi che lo Psicologo deve formulare discrezionalmente sulla base di dati anche non suffragati da prove concrete. Ciò determina in capo al professionista una rischiosa facoltà di derogare all’obbligo del segreto, i cui presupposti potrebbero rivelarsi del tutto infondati ed esporlo quindi al rischio di responsabilità anche penali (cfr. art.622 c.p. intitolato “Rivelazione di segreto professionale”, che punisce il professionista qualora difetti una “giusta causa”).

Si riporta il testo delle principali disposizioni sopra richiamate:

CODICE DEONTOLOGICO:

Articolo 11
Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti

Articolo 12
Lo psicologo si astiene dal rendere testimonianza su fatti di cui è venuto a conoscenza in ragione del suo rapporto professionale.

Lo psicologo può derogare all’obbligo di mantenere il segreto professionale, anche in caso di testimonianza, esclusivamente in presenza di valido e dimostrabile consenso del destinatario della sua prestazione. Valuta, comunque, l’opportunità di fare uso di tale consenso, considerando preminente la tutela psicologica dello stesso.

Articolo 13
Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, lo psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto.

Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

Articolo 14
Lo psicologo, nel caso di intervento su o attraverso gruppi, è tenuto ad in informare, nella fase iniziale, circa le regole che governano tale intervento.
È tenuto altresì ad impegnare, quando necessario, i componenti del gruppo al rispetto del diritto di ciascuno alla riservatezza.

Articolo 15
Nel caso di collaborazione con altri soggetti parimenti tenuti al segreto professionale, lo psicologo può condividere soltanto le informazioni strettamente necessarie in relazione al tipo di collaborazione.

Articolo 16
Lo psicologo redige le comunicazioni scientifiche, ancorché indirizzate ad un pubblico di professionisti tenuti al segreto professionale, in modo da salvaguardare in ogni caso l’anonimato del destinatario della prestazione.

CODICE DI PROCEDURA PENALE:        

Articolo 200. Segreto professionale.
1. Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria:

a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;

b) gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;

c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;

d) gli esercenti altri uffici o professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.

2. Il giudice, se ha motivo di dubitare che la dichiarazione resa da tali persone per esimersi dal deporre sia infondata, provvede agli accertamenti necessari. Se risulta infondata, ordina che il testimone deponga.

3. Le disposizioni previste dai commi 1 e 2 si applicano ai giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale, relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione. Tuttavia se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni.

Articolo 256. Dovere di esibizione e segreti.

1. Le persone indicate negli articoli 200 e 201 devono consegnare immediatamente all’autorità giudiziaria, che ne faccia richiesta, gli atti e i documenti, anche in originale se così è ordinato, nonché i dati, le informazioni e i programmi informatici, anche mediante copia di essi su adeguato supporto, e ogni altra cosa esistente presso di esse per ragioni del loro ufficio, incarico, ministero, professione o arte, salvo che dichiarino per iscritto che si tratti di segreto di Stato ovvero di segreto inerente al loro ufficio o professione.

2. Quando la dichiarazione concerne un segreto di ufficio o professionale, l’autorità giudiziaria, se ha motivo di dubitare della fondatezza di essa e ritiene di non potere procedere senza acquisire gli atti, i documenti o le cose indicati nel comma 1, provvede agli accertamenti necessari. Se la dichiarazione risulta infondata, l’autorità giudiziaria dispone il sequestro.

3. Quando la dichiarazione concerne un segreto di Stato, l’autorità giudiziaria ne informa il Presidente del Consiglio dei Ministri, chiedendo che ne sia data conferma. Qualora il segreto sia confermato e la prova sia essenziale per la definizione del processo, il giudice dichiara non doversi procedere per l’esistenza di un segreto di Stato.

4. Qualora, entro sessanta giorni dalla notificazione della richiesta, il Presidente del Consiglio dei Ministri non dia conferma del segreto, l’autorità giudiziaria dispone il sequestro.

5. Si applica la disposizione dell’articolo 204.

Articolo 362. Assunzione di informazioni.

1. Il pubblico ministero assume informazioni dalle persone che possono riferire circostanze utili ai fini delle indagini. Alle persone già sentite dal difensore o dal suo sostituto non possono essere chieste informazioni sulle domande formulate e sulle risposte date. Si applicano le disposizioni degli articoli 197, 197bis, 198, 199, 200, 201, 202 e 203.

Articolo 334. Referto.

1. Chi ha l’obbligo del referto deve farlo pervenire entro quarantotto ore o, se vi è pericolo nel ritardo, immediatamente al pubblico ministero o a qualsiasi ufficiale di polizia giudiziaria del luogo in cui ha prestato la propria opera o assistenza ovvero, in loro mancanza, all’ufficiale di polizia giudiziaria più vicino.

2. Il referto indica la persona alla quale è stata prestata assistenza e, se è possibile, le sue generalità, il luogo dove si trova attualmente e quanto altro valga a identificarla nonché il luogo, il tempo e le altre circostanze dell’intervento; dà inoltre le notizie che servono a stabilire le circostanze del fatto, i mezzi con i quali è stato commesso e gli effetti che ha causato o può causare.

3. Se più persone hanno prestato la loro assistenza nella medesima occasione, sono tutte obbligate al referto, con facoltà di redigere e sottoscrivere un unico atto.

Articolo 331. Denuncia da parte di pubblici ufficiali e incaricati di un pubblico servizio.

1. Salvo quanto stabilito dall’articolo 347, i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio che, nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio, hanno notizia di reato perseguibile di ufficio, devono farne denuncia per iscritto, anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito.

2. La denuncia è presentata o trasmessa senza ritardo al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria.

3. Quando più persone sono obbligate alla denuncia per il medesimo fatto, esse possono anche redigere e sottoscrivere un unico atto.

4. Se, nel corso di un procedimento civile o amministrativo, emerge un fatto nel quale si può configurare un reato perseguibile di ufficio, l’autorità che procede redige e trasmette senza ritardo la denuncia al pubblico ministero.

Articolo 332. Contenuto della denuncia.

1. La denuncia contiene la esposizione degli elementi essenziali del fatto e indica il giorno dell’acquisizione della notizia nonché le fonti di prova già note. Contiene inoltre, quando è possibile, le generalità, il domicilio e quanto altro valga alla identificazione della persona alla quale il fatto è attribuito, della persona offesa e di coloro che siano in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti.

CODICE PENALE:

Articolo 365. Omissione di referto.

Chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto pel quale si debba procedere d’ufficio, omette o ritarda di riferirne all’autorità indicata nell’articolo 361, è punito con la multa fino a euro 516.

Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale.

Articolo 622. Rivelazione di segreto professionale.

Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 30 a euro 516.

La pena è aggravata se il fatto è commesso da amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci o liquidatori o se è commesso da chi svolge la revisione contabile della società.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.