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CERCO IL LAVORO… CHE NON C’E


 

lavoro_psicologo_romaIl tasso di disoccupazione in Italia ha raggiunto quest’anno quota 3 milioni 194 mila, livello quindi altissimo mai toccato prima. A gettare maggiore sconcerto è il tasso di disoccupazione giovanile ma, a mio avviso, ancora più difficile è la condizione di chi perde il lavoro, di chi ha famiglia a carico e si trova a dover “reinventarsi” un occupazione, in un paese che, di possibilità di reinserimento, ne da poche o nessuna. Se consideriamo altresì i liberi professionisti, le assunzioni a termine e le altre forme di contrattualizzazione atipica la situazione lavorativa è davvero critica ed a limite.

L’art. 23 del Patto Internazionale dei diritti economici, sociali e culturali del 1966, dichiara:

“Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”. La situazione lavorativa oggi in Italia invece conta tanti, troppi giovani che non hanno un lavoro, men che meno possibilità di scelta e, nei casi migliori devono, adattarsi a condizioni che, a dire il vero, possono essere definite non solo “insoddisfacenti” ma persino “indegne”.

Ma quali sono le conseguenze psicologiche della perdita del proprio posto di lavoro o della difficoltà a trovarne uno che permetta alla persona un’esistenza libera e dignitosa, di avere i mezzi per il proprio sostentamento ovvero, detto in spiccioli, di arrivare a fine mese? Prima però di addentrarci nello specifico della questione bisogna fare alcune premesse e considerare cosa davvero rappresenta l’attività lavorativa per poi inquadrare le conseguenze della sua mancanza.

Il lavoro permette una fonte sicura di reddito quindi denaro per la sussistenza. Ci riferiamo quindi al reddito destinato alle spese di affitto, di condominio, alle utenze di gas, luce, telefono, riscaldamento, tarsu e tasse varie, spese condominiali extra, abbonamento metrobus, benzina, assicurazione, bollo, manutenzione auto ed alle spese per cibo, igiene, abbigliamento ecc. Il lavoratore, in base al reddito mensile, regola le sue finanze. Anche se con tanti sacrifici e rinunce, chi ha un reddito fisso sembra mantenere comunque il suo senso di identità e dignità nonostante possano spesso presentarsi emozioni di rabbia e frustrazione, ansia e la paura di “non farcela”.

Il lavoro fornisce uno scopo e struttura il nostro tempo. Divide il tempo in segmenti: l’ora in cui ci svegliamo, il tempo che trascorriamo fuori e dentro casa, come passerà l’intera giornata, lo svago e le vacanze. Per chi non lavora la giornata appare “infinita”, le ore interminabili, la mente si focalizza sui pensieri pressanti di inadeguatezza, inattività, inutilità, predominano sentimenti di angoscia e di vuoto.

Il lavoro permette e facilita i contatti sociali. Offre quindi la possibilità di socializzare, da quando usciamo di casa per recarci al lavoro e nel luogo stesso di lavoro, soprattutto se abbiamo contatto con l’utenza, con colleghi e superiori. Il lavoro è altresì argomento di discussione e di scambio nelle interazioni sociali. Il disoccupato soffre di un forte senso di solitudine e isolamento, si sente “amorfo” nei confronti di una società che va avanti anche senza il suo “contributo”. Non a caso, il secondo comma dell’art. 4 della Costituzione della Repubblica Italiana, recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”.

Il lavoro ci mantiene in attività e prospetta il futuro. Ci rende quindi parte attiva di un sistema. Permette di esercitare e ampliare le proprie doti, le proprie attitudini e le proprie qualità e competenze. Il disoccupato spesso dubita e arriva a negare tutto ciò con conseguente attacco alla propria autostima e al senso di valore personale. Il lavoro ci rimanda al nostro futuro, a quello che faremo e vorremmo essere a breve e a lungo termine. La perdita di speranza per il futuro è la primissima causa dello strutturarsi di uno stato depressivo che spesso può portare il disoccupato a gesti estremi di disperazione come sovente ci mostra la cronaca degli ultimi tempi.

Il disagio mentale, l’ansia di insuccesso, problemi d’identità che conseguono alla disoccupazione altro non sono che l’accentuazione di problemi che fanno già parte della vita comune delle persone ma in chi ha perso il lavoro o non lo trova assumono forme più dolorose e acute.

Quindi possiamo parlare di un forte senso di frustrazione, rabbia intensa, paura ed ansia, sensazione di vuoto e di inutilità, sentimenti di colpa e di vergogna che nel disoccupato risultano marcati e che rischiano di intaccare la propria autostima, il proprio senso di sé e di valore personale con conseguenze distruttive su tutto ciò che il disoccupato ha raggiunto e a costruito fino a quel momento.

 

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